Lezioni di Salsa (ovvero come Dirty Dancing mi ha cambiato la vita)

Ammettiamolo. Tutte le ragazze che oggi hanno  intorno ai trent’anni (sì, le chiamo ragazze perché lo sono!) sono cresciute a pane e Dirty Dancing. Io lo avevo registrato su una videocassetta che ho consumato con le infinite visioni e anche la musicassetta con la colonna sonora ha fatto più o meno la stessa fine.

Quale di noi, ingenue fanciulle, non ha mai immaginato di ballare con il fustacchione di turno, con tanto di presa finale con salto?

Ebbene, seguendo i miei sogni (non è mai troppo tardi!), mi sono iscritta ad un corso di latino americano.

E così, ogni lunedì sera, mi dimeno sudaticcia con la grazia di Platinette, sperando di assomigliare a Heater Parisi mentre, in effetti, le mie movenze ricordano più quelle di Miss Piggy. Senza la fluente chioma bionda.

Speravo, a dire il vero, di diventare una ballerina esperta in un tempo minore di quello impiegato da quella furbetta di Baby a intrufolarsi nel letto dell’atletico Jonny. In realtà ho scoperto che, come in tutte le cose, anche nel ballo ci vogliono costanza, tempo, impegno e dedizione.

Durante ogni lezione, quindi, ascolto gli insegnati con la “sindrome della prima della classe” che mi contraddistingue, pensando, erroneamente, di poter riprodurre fedelmente quelle mosse che loro mostrano con tante sicurezza. E invece è tutto un “usa l’avampiede”, “attenta al braccio”, “passi più piccoli” “gira più veloce” “carica in avanti” (ammetto che per chi non ha mai ballato quest’ultima indicazione può sembrare più adatta ad un toro, ma vi assicuro che me lo sento dire spesso).

Sono perplessa: niente sali e scendi di scale sculettando, niente cocomeri da portare.

Dov’è finito il cuore che batte tum tum, tum tum?!?!

Perché ho sprecato tanti anni ad agitarmi senza posa se ora mi viene difficile anche il passo base?

A discapito di ogni autocritica, comunque, mi hanno detto che sono molto portata per il ballo.

Così mi sono fatta coraggio e, dopo aver acquistato delle meravigliose scarpe da ballo (perché noi donne da ogni esperienza riusciamo a ricavare, se non una lezione, almeno un paio di scarpe nuove), sono andata a ballare.

Vogliamo parlare un momento di loro, dei ballerini?

Te li aspetti forzuti e sfacciati, invece si affacciano appena, timidi, sulla pista. Mesti John Travolta che hanno perso pelo e vizio.

Dopo accurato studio sociologico elaborato nelle mie serate seduta in un angolo (perché io, sì, sono stata messa in un angolo e ci sono rimasta a lungo), posso enumerare diverse categorie di ballerini:

–          “vorrei ma non posso”, ovvero quelli che passano la serata al bar senza ballare. Il motivo non mi è ancora del tutto chiaro, potrebbero voler  fraternizzare a suon di cocktail con chi sta dietro al bancone. Solo che il barista è un uomo di un metro e ottanta di nome Ciro.

–          “non mi piaci, esci dal mio campo visivo”, ovvero gli schizzinosi. Ammetto che una ragazza possa o meno piacere ma, diamine, ti ho chiesto un ballo non una villetta con figli e cani. Ad ogni modo gli schizzinosi fanno, alla lunga, la stessa fine dei “vorrei ma non posso”: tutti al bar a fare amicizia con Ciro.

–          “ballo con te ma si fa a modo mio”, ovvero i fenomeni. Nonostante tu ribadisca più volte che sei solo agli inizi, ti ritrovi accartocciata come un origami, con dolori a muscoli che non sapevi neanche di avere. Se sei fortunata invitano la tua amica prima di te e così, al tuo turno, potrai fingere un improvviso mal di testa. Tanto per cambiare.

–          “guida tu”, ovvero i timidi. Incerti sul da farsi, ti inviano segnali contrastanti, incrociano braccia e mani come piovre, finchè accettano che il ballo non è scritto nel loro dna, e ti riaccompagnano con la coda tra le gambe a bordo pista, anche se la canzone è solo al secondo ritornello.

–          “ti dico esattamente cosa fare”, ovvero i ballerini tom tom. Incapaci di condurti solo con i loro movimenti, ti rintronano con ogni tipo di comando vocale: “gira a destra”, “adesso io vado di lì e tu passi sotto”, “mettimi una mano sulla spalla”. Fastidiosi come la pubblicità durante il tuo film preferito, aspetti con ansia il momento dello spegnimento.

–          “vieni più vicino”, ovvero i ballerini latin lover. Vorrei qui sfatare il mito che si balla latino americano per cuccare: andare a ballare pensando di accasarsi è come andare a San Siro per vedere il derby con la speranza di giocare in porta: un’utopia. Si va a ballare per ballare. Certo, come ogni regola, ci sono delle eccezioni e quindi ti ritrovi con il sex symbol di turno che cerca di trascinarti vicino a sé, mentre tu ti dimeni come un capitone fino a conficcargli un tacco nel punto più doloroso sul collo del piede. Uomo avvisato…

Finita la serata rientri a casa, togli le meravigliose scarpe da ballo (i piedi ringraziano) e pensi a tutte le estati sprecate nello stesso villaggio turistico con i tuoi genitori, sperando di incontrare Lui, con cui ballare sulle ali del vento.

Ora, a trentacinque anni, al massimo balli tra le zanzare.

 

 

5502_10208503734540034_2055643735028910941_nIo e le mie graziose scarpe da ballo13100948_10209562675932907_442567151098629344_n

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